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Il tempo tra la timbratura e il raggiungimento della postazione deve essere retribuito

Un recente orientamento della corte di cassazione, espresso nella sentenza n. 14848 del 28 maggio 2024, afferma che il lavoratore ha diritto a essere retribuito anche per la timbratura, perché rientrano nell’orario di lavoro anche i minuti trascorsi dalla timbratura del tesserino all’effettiva accensione del computer per iniziare la propria attività lavorativa e quelli impiegati dallo spegnimento del dispositivo alla timbratura d’uscita. 

Il caso in esame riguardava tre dipendenti di Telecom che avevano presentato ricorso contro la società al fine di vedersi riconosciuto, come tempo effettivo di lavoro, il tempo di cinque minuti speso in entrata e in uscita per recarsi dal luogo di timbratura del badge alla rispettiva postazione di lavoro. 

Il Tribunale di primo grado aveva respinto il ricorso dagli stessi proposto, in quanto riteneva che non avessero offerto prova di eterodirezione e sottoposizione al potere di controllo e disciplinare del datore di lavoro. I dipendenti ricorrevano in Corte d’Appello, la quale accoglieva la loro domanda, riconoscendogli il diritto di ricevere la retribuzione relativa a tale arco temporale e condannava il datore di lavoro a pagare le relative somme aggiuntive ai dipendenti. 

Innanzi alla Suprema Corte di Cassazione, il datore di lavoro, società di telecomunicazioni, riteneva che la quantificazione del tempo impiegato dai lavoratori per recarsi all’interno dell’azienda come eccessiva, generica e priva di riscontro. 

La Suprema Corte, con ordinanza n. 14848/2024, ha ritenuto infondati i motivi, rigettando il ricorso presentato da Telecom Italia S.p.A., così confermando la decisione della Corte d’Appello in merito al diritto alla retribuzione di tutto il tempo passato all’interno dei locali aziendali.

La pronuncia della Suprema Corte fa riferimento anzitutto all’art. 1, comma 2 lett. a) del D.lgs. n. 66/2003, il quale definisce l’orario di lavoro come: “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”. La Cassazione conferma il consolidato orientamento, secondo cui deve essere computato anche il tempo per raggiungere la postazione di lavoro, rientrando nell’attività lavorativa vera e propria, allorché lo spostamento sia funzionale rispetto alla prestazione lavorativa. La stessa soluzione è da sempre estesa nella giurisprudenza di legittimità a tutte le attività preparatorie e preliminari alla prestazione lavorativa (ordinanza n. 27799/2017, ordinanza n. 12935/2018). La Corte ha altresì richiamato un altro precedente giurisprudenziale di rilievo per i fatti di causa, la sentenza n. 13466/2017. Inoltre, i Giudici hanno evidenziato la circostanza secondo cui è stata la società datrice a strutturare la sede, a decidere dove inserire le postazioni di lavoro e a individuare il percorso da compiere. Pertanto, anche alla luce di tali considerazioni, la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto alla retribuzione dei lavoratori.

Avvocato del Lavoro Andrea Mannino

Mi chiamo Andrea Mannino e sono un avvocato specializzato in Diritto del Lavoro

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